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Il Mio Viaggio è Sostenibile?

Aggiornamento: 5 giorni fa

Viaggiare è spesso raccontato come qualcosa di leggero, di innocuo. Un modo per staccare, rilassarsi, ricaricarsi.

Raramente ci fermiamo a chiederci: Che impatto ha davvero il nostro modo di viaggiare sui luoghi, sulla natura, sulle persone che vivono lì, quando il turismo diventa industria?


Negli ultimi decenni, il turismo di massa ha cambiato profondamente interi territori.

Hotel lussuosi costruiti su coste un tempo libere, foreste abbattute per fare spazio a Resort, parchi naturali trasformati in scenografie, comunità locali spinte ai margini per far posto all’esperienza del visitatore.

In molti casi, ciò che viene venduto come “esperienza autentica” ha un costo ambientale, sociale e culturale enorme, spesso invisibile agli occhi del viaggiatore.

E spesso tutto questo avviene sotto l’etichetta rassicurante di vacanza, avventura, sogno.


In Thailandia, ad esempio, gran parte delle zone costiere è oggi occupata da strutture turistiche private. Le comunità locali hanno perso l’accesso diretto alle loro spiagge, che sono diventate aree a uso esclusivo dei resort. La deforestazione legata allo sviluppo turistico ha contribuito a una drastica riduzione delle foreste originarie, mentre il consumo di acqua e risorse e la produzione di rifiuti da parte del turista supera spesso di 10 o 15 volte quello della popolazione residente.

Lo stesso accade altrove, in forme diverse ma con dinamiche simili. Ecosistemi fragili messi sotto pressione da un turismo troppo veloce e poco regolato.


I safari, vengono spesso percepiti come turismo “etico” e vicino alla conservazione.

Ma la realtà è più complessa.

In Africa orientale, la costruzione di lodge, strade, recinzioni e infrastrutture turistiche ha interrotto le rotte migratorie naturali di molte specie. Gli habitat vengono frammentati, gli equilibri alterati e gli ecosistemi svuotati.

Il paradosso è evidente: il turismo consuma proprio ciò che lo rende possibile.


La domanda è, Stiamo proteggendo la natura, o stiamo semplicemente monetizzandola?


Perché al centro del Viaggio, o delle vacanze, come le intendiamo noi, c’è sempre il viaggiatore, o il visitatore. Tutta l’attenzione è rivolta al suo comfort, al soddisfare i suoi desideri, le sue richieste, il suo divertimento sfrenato. Senza nessuna cura dell’impatto che questo ha sul territorio o sulle comunità che lo accolgono.

Nei nostri viaggi la natura e l’umanità non è più semplicemente vissuta, ma gestita, ottimizzata, comprata.

Gli itinerari turistici sono stati trasformati in una vetrina, costruita ad hoc solo per soddisfare le esigenze e i desideri del turista.



E poi ci sono le persone..

In molte parti del mondo, la creazione di parchi nazionali e aree protette ha significato l’allontanamento forzato di popolazioni indigene dalle loro terre ancestrali. Comunità che per secoli hanno vissuto in equilibrio con la natura e con quei luoghi si sono ritrovate escluse, private della loro terra, delle loro risorse, delle loro economie di sussistenza, della loro identità, per fare spazio a parchi e riserve gestiti dallo Stato e destinati al turismo internazionale.

Tutto questo in nome della conservazione e protezione, ma senza un reale coinvolgimento di chi quei territori li abitava da sempre, la cui storia, tradizioni e cultura sono state sradicate e trasformate a volte in attrazioni culturali per visitatori.


Durante i miei viaggi ho conosciuto Oshi, membro fiero della comunità dei Karen nel Nord della Thailandia, e lui mi ha raccontato delle lotte costanti che la sua comunità è costretta ad affrontare per poter continuare a vivere nel loro villaggio, nelle case che loro stessi hanno costruito, a coltivare le loro terre, come hanno sempre fatto, senza che quei luoghi venga dichiarato area protetta e quindi tutta la loro comunità Dislocata e costretta ad emigrare.







Un altro modo di Viaggiare

Questo non è un problema lontano.

Non riguarda solo governi, grandi aziende o multinazionali del turismo.

Riguarda anche noi.


Il turismo, così come è strutturato oggi, non è neutrale.

E nemmeno il viaggiatore lo è.


Ogni volta che scegliamo come viaggiare, dove dormire, a chi dare i nostri soldi, che tipo di esperienza sostenere, stiamo votando per un modello di mondo.

Il punto non è smettere di viaggiare.

Il punto è assumerci la responsabilità del nostro impatto.


Viaggiare può essere un atto profondamente trasformativo, ma solo se smette di essere consumo e torna a essere relazione. Relazione con i luoghi, con le persone, con noi stessi. Un viaggio più lento, consapevole, rispettoso non è una rinuncia: è un ritorno all’essenza del viaggio.


Cosa possiamo fare?

  • scegliere alloggi, ristoranti, esperienze che coinvolgono le comunità locali, invece di grandi strutture impersonali

  • sostenere le realtà del luogo quando acquistiamo souvenir o tour invece di pacchetti standardizzati

  • uscire dalle logiche del consumo dei luoghi

  • ridurre il nostro impatto ambientale anche quando siamo in viaggio

  • dare importanza al donare, oltre che al prendere

  • informarci, fare domande, osservare davvero cosa accade intorno a noi

  • tornare a vedere il viaggio come relazione, non come prodotto


Ogni scelta conta. Anche la più piccola.


Il viaggio può essere un atto di presenza, di cura e di responsabilità.

Può diventare un modo per restituire, non solo per prendere.

Un modo per attraversare il mondo nutrendolo, non semplicemente acquistandolo e consumandolo.


Forse la vera domanda non è dove voglio andare?

Ma che tipo di viaggiatore voglio essere, nel mondo e nei luoghi che attraverso?



Se vogliamo che il viaggio continui a nutrire, noi, la natura, le persone, dobbiamo cambiare il modo in cui viaggiamo.

E questo cambiamento inizia sempre da una scelta individuale.

Dalla mia.

Dalla tua.




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